Una riflessione sul concetto di tempo in storia dopo le conferme della fisica quantistica e della neurobiologia

Leggere “L’ordine del tempo”1 di Marco Rovelli è stato illuminante per quanto riguarda la complessità del concetto di tempo, un concetto che in qualità di docente di storia non posso ignorare. Quella lettura è stata foriera di numerose domande e di tanti dubbi che mi hanno spinto ad affrontare altri saggi dedicati a questo argomento. Da queste letture è scaturito il seguente articolo,

il cui intento è quello di riconsiderare i concetti di linearità e di direzione del tempo, della sua misura, di periodizzazione, ovvero quegli strumenti intellettuali che vengono quotidianamente adoperati nello studio della storia. L’obiettivo dell’articolo non è però quello di approntare una lezione di fisica teorica sul tempo o di epistemologia del metodo storico, ma di riflettere su quei concetti elencati sopra con l’aiuto di studiosi del calibro di Rovelli, Tratteur, Benini, Le Goff e di altri e poter entrare in classe con una visione aggiornata e più coerente con l’attuale stato degli studi sul tempo.

La linea del tempo e la linearità

La modalità intuitiva2 con la quale ci prefiguriamo il tempo è da rivalutare. La linea del tempo è sempre stata uno strumento utile e pertanto usato in classe come schema o immagine del tempo. Viene insegnata ai bambini delle scuole primarie e secondarie per apprendere un ordine, espresso nella linearità (retta, mai curva, mai obliqua) del tempo. Capita persino di assistere ad una totale identificazione del concetto di Storia con la linea retta del tempo soprattutto con allievi in difficoltà, perché risulta più facile e accessibile spiegare loro che c’è un prima e c’è un dopo e che il tempo segue una direzione, che dal passato va verso il futuro passando per il presente. Si tratta di una linea magica, perché su di essa è condensata tutta la vita di un personaggio, tutti i fenomeni e tutti gli eventi che vengono indicati con delle parole, insieme a un numero e ad una data. In realtà a scuola si disegnano e si insegna a tracciare segmenti di linee del tempo, visto che il presente è spesso escluso e si rimane in un passato la cui unica certezza è quella di essere ben saldo ad una traccia disegnata. Il dubbio che è sorto in me dopo la lettura di Rovelli è che perduriamo nell’utilizzo di uno strumento che andrebbe spiegato e forse adoperato in un altro modo, forse semplicemente mostrando i limiti dello strumento stesso, evitando così di identificare tempo e storia in un segmento retto, instillando un concetto, la linearità del tempo, che forse è da riconsiderare. Rovelli ci ricorda infatti che essa non esiste, perché le equazioni elementari della fisica non ne confermano l’esistenza. Nel mondo dell’infinitamente piccolo o dell’infinitamente grande e distante da noi, il tempo stesso non ha più senso, non ha neppure senso chiedersi cosa sia. Nel mondo fisico dei sensi umani invece continuiamo a concepirlo, a “sentirlo”, come sostiene il neurobiologo Arnaldo Benini3, a costruire intorno ad esso significati legati alle nostre vite. Sulla base di queste dichiarazioni della scienza credo sia corretto e opportuno pensare di utilizzare lo strumento della linea del tempo per sperimentarne i limiti insieme agli studenti, anziché proporlo come un dato fin troppo oggettivo; mostrare ad esempio che la linearità del tempo è in realtà un’astrazione che permette di stabilire dei punti nel cambiamento delle vicende umane. E’ proprio quello che ho deciso di provare insieme ai miei studenti. Anche la neurobiologia sembra avvalorare questa visione: Benini afferma che “Il senso del tempo non è lineare e coinvolge tutto il cervello e il cervelletto, anche se l’ippocampo e il lobo parietale (specie quello destro) sembrano svolgere il ruolo fondamentale […]. L’aspetto temporale della realtà è percepito secondo schemi nervosi dei meccanismi della coscienza. Questi, comprimendo intervalli di cui non c’è coscienza, alterano la realtà, anche se il cervello è in grado di studiare le durate reali, fissate da un meccanismo da esso ideato, l’orologio.”4.

La direzione del tempo

Un altro aspetto che viene dato come indiscutibile è la direzione del tempo. Essa viene presentata in un’unica soluzione (c’è persino una preferenza, da sinistra il passato e verso destra il futuro o, in una lezione di storia, il tempo successivo). Rovelli dedica a questo argomento un capitolo del suo libro intitolato La perdita della direzione5: “il tempo non è una linea con due direzioni eguali: è una freccia, con estremità diverse: passato e futuro”.6 E aggiunge che questo argomento è quello che ci sta più a cuore come esseri umani, perché lo sentiamo scivolare via, scorrere, fluire. Ci dice anche che la fisica nega tutto questo. Ad un certo livello di grandezze fisiche non c’è differenza fra passato e futuro, “fra memoria e speranza, fra rimorso e intenzione – nelle leggi elementari che descrivono i meccanismi del mondo non c’è”.7 In fisica l’unica differenza fra passato e futuro la compie il passaggio di un corpo caldo ad uno freddo ed essa è l’unica legge della fisica (la seconda della termodinamica), che esprime la distinzione fra passato e futuro “la sola che ci parla del fluire del tempo”8 . In breve Rovelli ci porta a riflettere sul fatto che la nostra percezione della linearità del tempo in realtà è il frutto di una “sfocatura” della nostra percezione, della nostra impossibilità di agenti della percezione di poter vedere come stanno realmente le cose. In quanto miopi siamo inadatti a vedere i miliardi di molecole che si muovono, una grandezza fisica nella quale la nozione di tempo cambia inevitabilmente e dove non è più comprensibile la differenza fra passato e futuro. Dunque, se tale differenza cade, non cade però il discorso che il mondo è cambiamento. Concepire il quando e insegnare a disegnare una freccia del tempo appare vano, ma forse è proprio necessario concentrare la nostra attenzione di docenti sui concetti di cambiamento e sulla trasformazione dei fenomeni e non sul disegno di una freccia che va da destra a sinistra o di una linea su cui incollare eventi legati ad un momento nel tempo. In breve la direzione è semplicemente un modo di ordinare due cose: il prima e il dopo. Ma anche questo non è il tempo della Storia. A questo proposito Rovelli nel capitolo

“L’inadeguatezza della grammatica”9 chiarisce che la grammatica delle nostre lingue si trova in difficoltà nell’esprimere il senso delle evidenze della fisica nell’ambito del tempo. La struttura temporale del mondo, sostiene lo scienziato, è quella in cui non c’è il presente, non c’è più un’unica successione ordinata di fatti ed eventi nel tempo e la sua struttura è più complessa che una semplice successione lineare di istanti. Non per questo non esiste o è illusoria. “La distinzione fra passato presente e futuro non è un’illusione. […]Il cambiamento, l’accadere non è un’illusione. Quello che abbiamo scoperto è che non avviene seguendo un ordine globale.”10.

Per Benini invece il tempo esiste, è parte di noi, nasce nel nostro cervello, lo sentiamo, ma non lo percepiamo. Benini si rammarica più volte del fatto che i fisici del XX e del XXI secolo abbiano volutamente o distrattamente evitato le scoperte sul concetto di tempo compiute dalla neurobiologia, e riporta come esempio il fatto che “non esistono esseri dotati di sistema nervoso centrale che non abbiano il senso del tempo, senza il quale la loro vita non sarebbe immaginabile”11 . Nel suo interessante saggio propone l’esistenza del tempo e lo ancora all’evoluzione del cervello.

Lo scienziato sostiene, inoltre, che senza che ce ne accorgiamo viviamo in un perenne passato a causa della latenza, del tempo di reazione che il nostro cervello impiega per rispondere ad uno stimolo, e ciò decreta la fine dell’esistenza della simultaneità, del presente. Questo aspetto, bisogna ammettere, è forse l’unico punto in comune fra la Fisica e la Neurobiologia. Per motivi diversi il presente non esiste e Benini stesso parla di illusione del presente: “Il presente, eliminato dalla realtà insieme a passato e futuro dalla fisica teorica, è retrocesso dai dati sperimentali delle neuroscienze a un passato inevitabile, a causa del tempo compresso, di cui non si è coscienti, impiegato dai meccanismi della coscienza per percepirlo”.12

Ciò che però asserisce in modo convincente nel suo saggio è che il tempo esiste e che senza di esso l’uomo non avrebbe compiuto tutte le azioni che gli storici chiamano Storia: “L’evoluzione ha selezionato i meccanismi del tempo durante il sonno e quelli dell’autorisveglio, senza i quali non ci sarebbero stati caccia e pesca, agricoltura, scuole, battaglie, viaggi, navigazioni e molto di ciò che fa parte dell’evoluzione culturale con vincoli temporali più o meno rigorosi.”13

La misura del tempo

Una lezione di storia è fatta di archi di tempo, a volte brevissimi, come pochi anni, altre volte lunghi se si parla di secoli. In una lezione di storia una linea del tempo può servire per focalizzare l’attenzione su alcune date che fungono da misura esattamente come le lancette dell’orologio scandiscono la differenza fra ore, minuti e secondi. Oppure possiamo usare un nome, una parola o un titolo per parlare di un fenomeno che è avvenuto nel tempo e che corrisponde ad un periodo. Leggendo un semplice manuale di storia appare ineluttabile che il tempo sia dato per certo: gli storici non ne metterebbero mai in dubbio l’esistenza , anzi, lo usano, lo spezzettano. La Storia è fatta di periodizzazioni, come ricorda Le Goff nel suo saggio “Il tempo continuo della storia”14, di spezzettamenti compiuti in maniera diversa a seconda delle epoche, del contesto culturale, del luogo geografico. Se per Benini misurare il tempo è una realtà meccanica del nostro cervello – contiamo il tempo anche quando dormiamo – e per i fisici come Rovelli il tempo ha diverse misure a seconda di dove ci troviamo, per gli storici il tempo è uno solo, ma necessita di essere suddiviso e denominato in base a degli aspetti che possano essere accomunati e contrapposti ad altri. “Con la periodizzazione, lo storico insieme elabora una concezione del tempo e propone un’immagine continua e globale del passato che si è finito per chiamare “storia”.”15 L’interessante saggio di Le Goff ci ricorda l’arbitrio degli studiosi e degli storici nell’individuare, nel nominare e a volte nel contrapporre periodi della storia umana; pensiamo solo al caso del “Rinascimento luminoso” in opposizione a un “Medioevo buio” prodotto dalla storiografia dell’Ottocento di Michelet. Per il filosofo Antiseri il tempo è indiscutibilmente parte del lavoro dello storico che deve dare spiegazione di un evento spazio-temporale. Nel suo saggio sul metodo “Come lavora uno storico”16, Antiseri prende in considerazione le principali teorie sul lavoro dello storico, confrontando il pensiero di filosofi come Hempel, Popper, Gray e Collingwood. Ciò che mi appare interessante è la concezione di leggi universali a cui fa riferimento Hempel per spiegare i fatti della storia, che a questo punto, deduco, rimangano senza tempo. Leggi universali, “banali” o “triviali”, le cosiddette “leggi di copertura”: “leggi che coprono una spiegazione sono, dunque, logicamente necessarie; e sono attualmente rinvenibili in un lavoro, più o meno paziente, di ricostruzione delle effettive spiegazioni storiografiche.”


Conclusioni

Credo sia necessario stabilire come veicolare concetti che da sempre e intuitivamente riteniamo corretti, giusti, imprescindibili. Linea del tempo, linearità, direzione, periodizzazione sono strumenti che andrebbero ancora indagati anche dal punto di vista dell’epistemologia della storia. Forse questo ci permetterebbe di andare oltre possibili stereotipi, di modificare la didattica della disciplina, di integrare le evidenze della scienza contemporanea nell’insegnamento, quantomeno nell’impostazione degli strumenti. Ritengo che capire la complessità del concetto di tempo sia importante per un docente di storia che con il tempo ha a che fare oltre la semplice narrazione di fatti, esattamente come la comprensione dei numeri primi è basilare per un matematico che affronta problemi più complessi o avanzati.

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